Privacy e smart speaker: dobbiamo avvisare i nostri ospiti?

Gli smart speaker sono in costante evoluzione e, alcuni brand fra i più famosi, hanno scelto di renderli il loro punto focale dove concentrare la maggior parte degli sforzi. Amazon, Google, Apple e Samsung sono riusciti a integrare perfettamente la loro tecnologia di assistenti vocali in una serie di altoparlanti intelligenti, in grado di ascoltare le nostre domande e gestire non soltanto le richieste più basilari, bensì anche quelle riguardanti l’aspetto domotico e lavorativo, poiché tutto riesce ad essere connesso.

Chiaramente questo comporta l’invio a tutte queste aziende di una mole di dati davvero illimitata, salvata e protetta in archivi impilati uno sopra l’altro. Il problema della privacy è sorto dunque subito al caso ed i grandi difensori della sicurezza dei propri dati online hanno scelto immediatamente di chiedere maggiori informazioni riguardo l’utilizzo da parte delle varie multinazionali delle nostre impronte che lasciamo su internet e non solo.

Da un lato, per noi tutti è una comodità non indifferente poter utilizzare l’assistente vocale per qualsivoglia richiesta, dalla più insulsa alla più importante, ma la privacy non è secondaria a ciò e senza dubbio almeno una volta ci siamo posti l’interrogativo sulla vera necessità di farci circondare da tutta questa tecnologia.

Le mobilitazioni non sono state poche e la scusa dell’utilizzare i dati permigliorare il servizio” non è più riuscita a stare in piedi, dopo aver scoperto come le aziende realmente ottenessero registrazioni di intere conversazioni magari semplicemente a causa dell’algoritmo che rilevava la parola chiave di attivazione ed iniziava a captare ogni parola. Da un punto di vista tecnico una situazione simile creatasi è accettabile, ma per il singolo utente può non essere una semplice seccatura, bensì qualcosa di ben peggiore.

Nel corso degli anni, sin dal loro approdo sul mercato, queste tecnologie sono state affinate ed i controlli effettuati segnalano come gli abusi sulla privacy degli utenti non siano mai avvenuti intenzionalmente, ma esclusivamente per una erronea attivazione al segnale “Ok Google” oppure “Alexa“. La ricezione della parola chiave adesso è molto più precisa, evitando appunto di registrare conversazioni – talvolta imbarazzanti – che i dipendenti di Big G o Amazon erano costretti ad ascoltare.

Ma nel caso non siate ancora in grado di fidarvi ciecamente ed entraste in una casa di un vostro amico o parente e trovaste un dispositivo come uno smart speaker, come vale la pena comportarsi?

A questa domanda, Rick Osterloch – SVP Devices & Services di Google, si è trovato leggermente spiazzato, rispondendo anzitutto con un: “Accidenti, non ci avevo mai pensato prima sotto questo punto di vista“, per poi aggiungere che: “Io avviserei quando qualcuno viene a casa mia, ed è probabilmente qualcosa che i prodotti stessi dovrebbero indicare“.

In conclusione, si tratta sempre di trovare un giusto equilibrio tra uso della tecnologia e tutela della privacy, cose che spesso non vanno del tutto d’accordo e, il più delle volte, tocca fidarsi senza poter indagare troppo a fondo. Le stesse aziende sono le prime ad occuparsi di un problema come questo ma, preso come esempio questo caso, viene facile credere come alcune piccolezze possano essere di gran lunga in grado di fare la differenza e, se sarete ospiti di qualcuno con un altoparlante smart o dovrete voi invitare qualcuno in casa vostra, dovrete davvero disattivare tutti i vostri dispositivi?

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